• Canto di Natale

    Cosa rimane
    di un tempo che muore alla fine dell’anno
    -ancora, le opere dei giorni ci hanno sfiancato
    senza distruggerci del tutto
    ancora, il tempo della fatica ha ostruito la gioia
    ancora il futuro è un ripetersi stanco
    un brano minimalista nella melodia dei secoli.

    Cosa rimane
    di questi morti inspiegabili all’inizio della primavera
    dei morti di Natale distrutti dalla solitudine
    Attendiamo di nuovo l’estate, venuta e scomparsa
    e ogni giorno non si rinasce, non ora, non qui.

    Nulla rimane
    dei romanzi che ho fatto e disfatto nella mente
    costruendone l’atmosfera ma mai la trama
    intravedendone i volti ma mai le storie
    È così difficile narrare la sera di fronte al fuoco
    è così difficile serrare tra le dita
    le storie di un mondo che fugge
    spargendosi nelle mille luci di televisori accesi
    di schermi di voci di volti
    Restano solo poesie
    schegge di senso nella realtà smarrita
    nelle rovine delle tesi antitesi sintesi
    in cui credette qualcuno, forse
    non noi
    che non crediamo agli eroi.

    Non leggiamo più allo stesso ritmo
    hai detto mentre l’inverno incalzava
    sull’aereo che tornava sorvolando Roma
    -in America credevano ancora agli eroi
    e fuggivano il disincanto dell’Europa.
    Eravamo, allora, uomini delusi di ritorno dall’abisso
    e il tempo migliore era quello della nostalgia
    prima dei morti da rimpiangere nel giorno di Natale
    prima dei racconti di famiglia che si spengono in Dicembre
    prima di tutto quando tutto era intero.

    Al ritorno hai iniziato a leggere Adorno
    che sapeva la differenza tra il bene e il male
    in musica, la necessità di contrastare l’arte come prodotto
    attraverso la solitudine che svuoti di ogni senso
    Sulla High Line, tuttavia, niente era chiaro
    Il sole tramontava sull’Hudson scendendo su Brooklyn
    e le macchine acceleravano tra le case di Chelsea, dirette a nord
    più giù, il Chelsea Hotel, Cohen e qualche altro ricordo.

    In fondo
    il senso di questo tempo vuoto è il tuo sorriso quando rientro a casa
    forse banale così impoetico
    così poco eroico negli echi del traffico
    il senso è nel contatto inatteso nella tua voce al telefono che mi dice che mi aspetti
    e pensare che in fondo
    sarà bello vedersi.

    Viviamo un tempo di brevi respiri
    dove la vita è in un ricordo d’amore su un letto disfatto
    viviamo rubando i residui di ciò che siamo
    ai mesi che cancellano i mesi e le storie
    Intanto l’anno muore nella rigida continuità dei giorni
    che ripetendosi non significano
    come parole
    dette troppe volte.

  • Una volta ti piaceva la parola frammenti
    rimasugli pezzi
    ti sembrava adatta per raccontare
    i giorni spezzati dall’assenza di senso
    Fuori piove
    un tempo hai camminato sulla Quinta fino alla Trump Tower
    e hai osservato un figurante imitare il Presidente
    e nella notte che scendeva invitare a entrare, prego, accomodatevi

    Le storie d’amore non hanno mai lieto fine
    si disperdono nella quieta irrequietezza dei giorni
    e gli sguardi sono più tenui ma non assenti
    e il calore si disperde ma non scompare
    Novembre nega che possa esserci stata un’estate
    nega la possibilità della felicità passata
    del tempo trascorso a rincorrere un libro
    un entusiasmo
    sulle rive di un mare conosciuto

    Di sera, a teatro,
    prima dello spettacolo alzarono le lampade e le fecero rientrare nel soffitto
    misero all’asta un quadro
    riprodussero per la millesima volta la stessa scena
    E tu guardavi, perché non avevi mai visto
    e le cose vecchie ti parvero nuove
    non le avevi mai comprese forse
    o forse era scomparso in te l’uomo che le comprendeva
    lasciando spazio a uno sconosciuto curioso

    Le storie d’amore non hanno mai lieto fine
    tra l’odore di marijuana in Washington Square le case rosse del Village
    potremo mai essere di nuovo felici?
    Il giorno della partenza scrutammo le villette del Queens
    e le trovammo fragili con le loro pareti in legno
    e bastava il vento per abbatterle
    come le storie d’amore senza lieto fine
    come le vie degli scoiattoli in fuga per Central Park
    come il tempo della stanchezza in cui tutto diviene nuovo
    e ogni frammento è diverso
    e le angosce del tuo vuoto
    hanno un volto sconosciuto.

  • Ritorni

    La campagna in novembre si ingrigisce. Le colline, quando appaiono, hanno un colore bruno in primo piano, più chiaro andando indietro. La terra più vicina appare nera. Le montagne, lontano, sono smarrite dietro la vaghezza del cielo chiaro del mattino. Ho trentaquattro anni e faccio questa strada da tre. Sono in quell’età sospesa in cui niente appare più da costruire e tutto è da proseguire. Non è più tempo di darsi un ruolo, di individuare il proprio posto nel mondo. Quella era l’adolescenza, quelli erano i vent’anni. Ora c’è una casa, uno stipendio – e devi sentirti fortunato ad averne uno, dicono e hanno ragione – e il tempo futuro non è che una infinita riproduzione del presente. Sarà sempre così, giorno dopo giorno. Ci saranno sempre le colline brune alla fine di novembre, il freddo lungo il percorso per raggiungere la macchina, i giorni fissi per il lavaggio delle strade e l’odore delle stufe per strada nelle sere di dicembre. Eterno ritorno, mi viene da pensare. L’eterno ritorno dell’uguale. Quando me lo spiegarono, al liceo, lo trovai strano. Allora, tutto era da costruire, dunque niente si ripeteva. Ora lo comprendo bene, anche se non credo che Nietzsche avesse un lavoro statale o qualcosa del genere.

    Non è noia, quella che provo mentre le colline mi arrivano in faccia mentre vado loro incontro con l’automobile. La noia è di chi sa di poter trovare altro, di chi cerca altrove il senso di una grandezza latente. Forse, è nostalgia. Nostalgia di un entusiasmo perduto, nostalgia di giorni in cui tutto era nuovo. In fondo, dopo la Genesi vi è solo un ripetersi di giorni e ogni giorno porta una storia, ma è lievemente simile al giorno precedente. I nostri racconti si somigliano tutti e somigliano a quelli di altre persone che si smarriscono verso le colline brune e che in un giorno di novembre notano che il cielo vela le montagne. Come in un quadro di Leonardo, avrebbe detto la mia professoressa di arte al liceo. Non pensavo a lei da tempo.

    Ho trentaquattro anni. Un’età inutile. Troppo tardi per cambiare rotta, troppo presto per cercare una riva su cui riposare. Per il mondo sono giovane, così dicono, sei giovane, puoi tutto, ma sulle spalle ho tutta la stanchezza di un futuro perduto. Dicono che viviamo nell’era del narcisismo, ebbene, la cosa terribile del narcisismo è quando ti accorgi che la grandezza che hai sognato è solo una strada di campagna, una via che si inerpica sulla collina. Non c’era niente di grandioso nel futuro e, del resto, non lo immaginavi neanche. C’era solo l’idea vaga che a un certo punto sarebbe successo qualcosa, il giro che cambia il senso dell’esistenza di cui parlano i film. Niente è accaduto ed hai continuato a costruire perdendo ogni illusione.

    Se fossi Odisseo, questa sarebbe l’isola di Calipso, che ti trattiene in eterno impedendoti di ripartire, oppure Itaca, la patria calda che ti accoglierà per sempre. E ti senti un po’ Odisseo, in questa mattina di novembre, mentre risali la collina bruna e le montagne sono sparite, il tempo per pensare si riduce e la meta è vicina. In fondo anche per Odisseo il futuro era finito. Tornava, ecco tutto. I sogni eroici erano rimasti nella carneficina di una città in Asia Minore. Il tempo di costruire era finito e rimaneva un viaggio, poi, a Itaca, avrebbe trovato le sue colline brune, la sua strada da percorrere ogni giorno, il suo senso di abitudine. Forse per questo era naufragato.

    Parcheggio sempre allo stesso posto per non dimenticare dove ho lasciato l’auto. Poi, la giornata inizia.

  • New York, 26 ottobre 2025

    L’ingresso del Birdland

    Ciò che rimane di una giornata iniziata con un servizio gospel e terminata a guardare Chicago al teatro Ambassador è una riflessione sulla funzione della musica e, conseguentemente, sul ruolo del compositore. Giorni fa, avevo incrociato un frammento di Berio, tratto da C’è musica e musica, in cui veniva confrontata la molteplicità di linguaggi musicali della contemporaneità con la sostanziale unità di linguaggio della musica occidentale fino alla fine dell’Ottocento. Berio diceva che l’attuale polifonia di linguaggi doveva essere considerata come un’espressione di una molteplicità di racconti musicali sulla contemporaneità. Trascurava, a mio avviso, le zone grigie, le contaminazioni, i confini sfumati tra i vari linguaggi, soprattutto nel momento in cui si esce dalle forme musicali maggiormente strutturate in termini formali (in particolare tutto l’ambito del pop cesellato sulla forma canzone e sull’armonia funzionale) e quando si entra nel nebuloso mondo di ciò che significa fare oggi una musica che sia erede della tradizione occidentale colta (per capirsi, quella che passa da Mozart a Wagner fino ad arrivare a Schoenberg). Qui le visioni sono molteplici e talora inconciliabili. Si procede da chi ritiene che la cosiddetta musica contemporanea debba essere esclusivamente espressione della ricerca dell’autore, non ponendo attenzione alle richieste del pubblico e sostenendo una superiorità estetica dell’atonalità sulla tonalità, a chi propone una musica d’uso, dove la ricerca è funzionale ad accompagnare le scene di un film e dove dunque l’aspetto sonoro è strutturalmente secondario all’immagine che accompagna. Raccontare la contemporaneità, del resto, non è facile, soprattutto per la frammentazione che la contemporaneità porta con sé. Perfino l’atonalità, che era ritenuta la via maestra del contemporaneo negli anni Cinquanta e Sessanta, suona ormai antiquata, racconta un altro tempo, non il nostro. E dunque, che frasi usare, che linguaggio usare, dato che la musica non ha l’immediatezza delle arti visive, dove anche l’astrazione massima può attrarre lo spettatore con le proprie misteriose miscele di colori? A chi parlare, al pubblico che desidera la melodia che veniva disprezzato da Adorno nel suo saggio su Schoenberg e Stravinskij? Oppure agli addetti ai lavori, al piccolo gruppo in grado di comprendere intellettualmente un certo tipo di ricerca?

    Una jam session allo Smalls Jazz Club

    Negli anni, mi sono sempre trovato a mio agio con una certa visione critica di matrice statunitense, ben incarnata nello splendido saggio di Alex Ross Il resto è rumore, che non faceva differenza tra musica classica e musica jazz, tra musical e opera. Lo espresse bene un compositore di origini iraniane ma di scuola americana di cui seguii una volta una masterclass, Behzad Ranjbaran: bisogna creare il proprio linguaggio, prendendo ciò che piace e creando una matrice sonora che ci corrisponda. Non ci sono preclusioni rispetto a cosa scegliere, solo una sorta di tentativo di ricostruire la propria identità attraverso i pezzi delle parole di altri, un po’ come nelle teorie dell’origine sociale dell’identità, per cui costruiamo ciò che siamo attraverso il modo in cui veniamo raccontati da chi ci è intorno. Quello che a questo aggiungono questi giorni newyorkesi è un altro tema, ossia quello della funzione della musica. La storia della musica associa all’esecuzione di un brano aspetti che vanno al di là dell’egotismo, della manifestazione di sé e del disperato tentativo di comunicare qualcosa di proprio all’Altro. La musica per secoli è servita principalmente a pregare, a raccontare le storie della comunità, a festeggiare. A strutturare legami. L’opera si eseguiva a luci accese, con le persone che parlavano e mangiavano. Bach scriveva per le funzioni religiose. Molti cantastorie si accompagnavano con degli strumenti musicali. Il concetto di recarsi all’esecuzione di un brano musicale per stare seduti ad ascoltarlo e apprezzarne i temi e la costruzione è molto recente e trova la sua forma compiuta nella costituzione delle società borghesi degli “Amici della musica” tra l’Illuminismo e il Romanticismo.

    L’esterno del teatro Ambassador

    Mi ricordo di questo, al mattino, quando sento le canzoni di lode a Dio durante il servizio gospel, mi ricordo di questo la sera, quando, guardando Chicago, vedo la musica usata per raccontare con ironia di un mondo in cui i criminali vengono idolatrati e la giustizia è corrotta. Mi ricorderò di questo anche il giorno successivo, al Birdland, dove il jazz di una band che si richiama allo stile degli anni Venti e Trenta intrattiene un pubblico che mangia e beve. Sicuramente, in tutte queste occasioni quello che viene suonato viene ascoltato, apprezzato, il pubblico partecipa e applaude. Ma c’è qualcosa di più: la musica non è l’unico focus, c’è qualcos’altro, il racconto di una storia, un momento di convivialità, un incontro di preghiera. La musica ha una funzione e mentre rientro in albergo, tra le luci e il caos di Times Square, mi chiedo se sia un aspetto di cui debba tenere maggiormente conto nella mia scrittura musicale. Il caos della città dà poche risposte.

  • New York, 24 ottobre 2025

    La zona di Seaport a New York

    Le città di mare – soprattutto i porti, che vedono gli uomini partire e arrivare, le voci straniere incontrarsi con le voci straniere – hanno una loro ripetitività fatta di moli, quartieri di marinai, quartieri di migranti. Così è la Marsiglia raccontata da Izzo, così sono questi moli sull’Hudson che si getta nell’Atlantico, in questa mattina di Ottobre, nei pressi di Seaport, vicino a Fulton Street, con le case basse dove un tempo abitavano coloro che lavoravano e andavano e venivano dal porto e le taverne che un tempo in giornate come questa dovevano riempirsi di marinai. Qui il vento dell’Atlantico sembra calmarsi, il sole restituisce il calore di una giornata di tarda estate o del primo autunno e la città sembra ricordare, lontano dal caos del distretto finanziario, poco dietro, la sua storia di luogo di arrivo e di partenza di navi, il tempo in cui qui si arrivava dall’Europa e qui si partiva, il tempo in cui gli incontri e gli scambi di una Babele atlantica non erano fossilizzati dalla finzione cinematografica, ma erano inscritti nel tempo della vita e nelle onde del mare nella baia dell’Hudson.

    Manhattan vista da Dumbo, a Brooklyn

    Ora, qui si respira uno strano senso di sospensione al mattino e ci si può perdere in una libreria, in un bar, senza avere che l’eco della frenesia della città. È curioso, perché un tempo la frenesia doveva essere proprio qui, tra navi in arrivo e in partenza, tra le voci e le urla dei marinai, mentre ora si incontra solo qualche locale con figli al seguito intento a farsi una foto di fronte ad una decorazione di Halloween o qualche turista alla ricerca della panchina con vista sul ponte di Brooklyn su cui si siede Woody Allen in alcuni suoi film. Mi trovo a immaginare la Marsiglia mai vista ma letta nelle pagine di Izzo, Genova stretta tra la montagna e il mare, Venezia e le miriadi di porti veneziani sparsi tra l’Adriatico e l’Egeo, come quello di Chanià, città sempre meno di marinai e sempre più di turisti. Qualcosa sembra ricorrere perché, come il mare non ha paese, così non sembrano averlo le città di porto, strette tra il desiderio della stabilità e la necessità costante della partenza, raccontata nelle canzoni del fado o nella musica di Capo Verde.

    Il tramonto sull’Hudson visto da Chelsea

    A sera, ricerco nuovamente il mare, questa volta sui moli nei pressi di Chelsea. Il sole scompare dietro i grattacieli, rifrangendosi sui vetri e sulle onde scure. Le città di mare hanno una loro ripetitività, penso. E in ognuna si trova qualcosa di tutte le altre.

  • New York, 22 ottobre 2025

    La facciata del palazzo della Borsa, su Broad Street

    Smarrirsi a piedi per Manhattan è un modo per osservare, per cercare di mettere insieme i pezzi di un luogo apparentemente contraddittorio. A sud c’è il mare, l’Atlantico scuro che sferza i battelli dei turisti (prevalentemente italiani) diretti verso la Statua della Libertà. Risalendo, l’area di Wall Street, con l’edificio neoclassico della Borsa affiancato dalla Federal Hall, evoca, oltre ai necessari ricordi cinematografici, il racconto di Melville su Bartleby lo scrivano. L’avvocato che assume Bartleby aveva lo studio da queste parti e trovo curioso che in queste strade dell’attuale distretto finanziario, divenute simbolo del capitalismo mondiale, sia stata ambientata la storia di un quieto rifiuto del lavoro, della produttività, infine della vita. Se ieri a teatro la morte di Mimì parlava della fine della giovinezza e mi riportava alle cose “sognate e ora viste” e alle illusioni perdute, oggi immaginare l’immobilità di Bartleby in queste strade apparentemente tranquille, tra i turisti che fanno la coda per fotografarsi con il toro di Wall Street e il vento freddo che soffia forte dal mare, mi spinge a riflettere sulle contraddizioni di questa mia età adulta, divisa tra un investimento sul lavoro come atto non solo produttivo, ma anche politico ed esistenziale, e un desiderio di fuga, di ritiro, di abbandono. La giovinezza portava con sé l’illusione di poter vivere secondo il proprio ritmo, nella vaghezza di intenti che caratterizza i sogni di quell’età, gli anni della maturità si immergono invece nella scissione tra il desiderio di trasformare il mondo e di strutturarsi su un piano economico e di autonomia e la sofferenza inevitabile della produttività, con le conseguenti fantasie di immobilità à la Bartleby o di cambiamento radicale.

    La High Line e la vista su Chelsea

    Risalendo, la High Line costeggia Chelsea, passa accanto ai viali pieni di auto che sembrano avere come sport principale quello di comunicare tra loro mediante clacson e di non fermarsi al rosso dei semafori per poi trovarsi bloccate al centro esatto degli incroci, causando ulteriori strombazzate. Gli edifici cambiano, passando dai grattacieli alle case in mattoni ai condomini sullo stile viennese o parigino dell’Ottocento e alla fine, scendendo, mi trovo sulla Fifth Avenue a camminare contro corrente (mi vengono in mente i versi di Eliot della Terra desolata sulle anime perdute sul Ponte di Londra) per andare verso Central Park. L’obiettivo, legato a una curiosità quasi infantile, è quello di sbirciare la Trump Tower, alla fine della strada, in modo da vedere i luoghi in cui ha vissuto per buona parte della vita l’uomo che riempie in questi giorni le pagine dei giornali, ma in realtà dopo un po’, dopo aver scoperto che l’Empire State Building non si riesce a vedere bene da terra ed essermi interrogato sulle simbologie presenti sugli edifici del Rockefeller Center, mi smarrisco nella Biblioteca di New York a guardare manoscritti ebraici e arabi. Quando arrivo alla Trump Tower è calato il sole, un figurante vestito da Trump intrattiene la folla e mi colpisce come i cambiamenti della società influenzino anche chi nella società ha potere: se nel Rockefeller Center i riferimenti sono all’etica del lavoro protestante, con le statue di Atlante che sorregge il mondo e Prometeo che ruba il fuoco e la citazione biblica sulla saggezza e sulla conoscenza come stabilità del tempo, la Trump Tower incarna il bisogno contemporaneo di riconoscimento, di affermare, oltre al proprio potere, anche qualcosa che rimandi direttamente a sé, al proprio volto, alla propria persona. Probabilmente erano esigenze non estranee anche a Rockefeller, ma il narcisismo dell’oggi ne consente la manifestazione esplicita, senza mediazioni.

    L’ingresso della Biblioteca di New York
    Il soffitto della McGraw Rotunda, nella biblioteca di New York

    Al ritorno, a Times Square, mi fa sorridere una frase che intercetto in cui una persona con un marcato accento emiliano commenta: “Vedi quanta gente, è come la loro piazza Duomo… Poi stanno sempre a lavorare, non devono fare una bella vita”. L’Italia in movimento guarda il mondo con disincanto.

    Chelsea vista dalla High Line
    Il traffico serale di New York visto dalla High Line
  • New York, 23 ottobre 2025

    Nietzsche scriveva della storia antiquaria, dell’approccio alla storia basato sulla conservazione museale di qualcosa di passato che non fa altro che inaridire il presente, renderlo un luogo in cui non si può creare alcunché di nuovo. Questa sera alla Carnegie Hall mi rendo conto di quanto certe rigidità culturali del sistema musicale che ho vissuto fin dall’infanzia portino a una riproduzione della storia antiquaria, ad un tentativo di conservazione della musica del passato – unica ritenuta valida di essere eseguita – e ad un rifiuto per ogni tentativo di dare una lettura sonora alla contemporaneità. Il programma della stagione prevede per ogni serata una prima mondiale, un pezzo appositamente commissionato, una prima newyorkese, comunque un brano nuovo. Stasera, accanto a una sinfonia di Schumann, viene eseguita una sinfonia di Philip Glass (che scoprirò poi essere presente in sala) e un brano commissionato appositamente per questo concerto che unisce poesia, teatro e musica. La presentazione iniziale dei brani crea un clima di attesa entusiasta e la sala partecipa, ascolta, applaude. Il brano di J. Mae Barizo, che introduce la sinfonia di Glass per poi dispiegarsi nuovamente quando questa è finita, è sospeso tra la poesia e la musica e la presenza di una bambina e dell’autrice come performer sul palco dà l’idea di un dialogo tra diversi sé, tra un io adulto e un io bambino, tra un presente in cui ci si smarrisce e un passato che ci ricorda ciò a cui eravamo legati. Non smarrire la nuvola rosa, dice la bambina. La poesia – scoprirò poi trattarsi dell’unione di due testi della stessa Mae Barizo, Small essays on disappearance e Cloud pantoum – fonde immagini di quotidanità nervosa sulla Madison Avenue a riferimenti a corporeità sospese tra cielo e terra (Dimmi che non hai scordato la nuvola rosa, il modo/in cui le implicazioni svanivano quando praticavamo/la duplicità, dimmi che mi pensi/quando le nuvole allineano le loro labbra rosa). La preghiera è quella di non svanire nel ricordo dell’altro, di mantenere una minima presenza nella memoria, quella presenza che permetta di dare un senso condiviso a una parte di vita, al fatto di essere stati lì insieme (Dimmi che non mi pensi […]/ti chiedo solo di dirmi/che non hai dimenticato il proscenio rosa/delle nuvole, un testamento per le nostre duplicità, la stenografia/del cielo). In fondo, penso, quello che rende reale ciò che abbiamo vissuto è proprio il riconoscimento dell’Altro, il poter dire insieme che siamo stati lì, che abbiamo attraversato insieme quei momenti. La sintonia dei ricordi evita la solitudine del sogno e aiuta a vivere.

    Alla fine, Schumann. La Quarta sinfonia esplode nel clima raccolto creato dai brani precedenti e oscilla tra la gioia infantile di certi passaggi e l’incalzare del ritmo. È curioso pensare all’autore del brano, alla sua identità frammentata che lo portava a firmarsi con pseudonimi (Florestano, Eusebio, il Maestro Raro) e al suo tragico finale, al tentativo di suicidio nel Reno, alla morte in manicomio. Niente di tutto questo emerge nella trasparenza della sinfonia. Qui, tutto è unito, tutto si immerge in una festa dionisiaca, a dispetto degli anni e del tormento necessari a Schumann per completare il brano. La serata, penso quando tutto finisce, sembra parlare di scomposizioni e ricomposizioni. Di identità unite che si frammentano, di necessità di riconoscimento, dell’arte che permette di rimettere insieme un io diviso. Delle nostre soggettività che si rifrangono e si riuniscono sulle sponde della contemporaneità.

    Stasera non c’è stata la storia antiquaria. Solo un racconto del presente con parole di oggi e di ieri.

  • New York, 25 ottobre 2025

    L’Hudson visto dal Carl Schurz Park

    Mi è sempre piaciuto smarrirmi. Prendere la svolta sbagliata, trovarmi altrove, scoprire un frammento sconosciuto di un luogo che non avrei mai trovato seguendo le mie conoscenze. In fondo, smarrirsi ci mette a contatto con le insufficienze di ciò che sappiamo e ci permette di andare oltre, un po’ come l’incontro con l’Altro che ci permette di giungere a nuove storie, di uscire da sé per avere nuove parole e nuove immagini. Oggi mi sono smarrito più volte. La prima volta al mattino, uscendo dalla fermata della metropolitana nell’Upper East Side, svolto a destra, certo di arrivare a Central Park. Giungo invece all’Hudson, al Carl Schurz Park, con vista sulla Roosevelt Island. Scopro che vi si trova l’abitazione del sindaco di New York e mi sembra quasi simbolico che sia in una casa rivolta verso il mare, quel mare che avvolge la città e la apre verso la necessità dello scambio, verso l’inevitabile contatto con l’alterità. Tornando verso il museo Guggenheim, mi trovo a fantasticare su quella casa sul mare, accostandola ad altre abitazioni sull’Atlantico, alle case dei mercanti di Cadice da cui costoro guardavano l’oceano in attesa di rivedere la propria nave di ritorno dalle Americhe. Forse anche il sindaco di New York guarda il mare, talora, dalla propria casa, ma non riesco a immaginarne le aspettative o le speranze.

    Il Metropolitan Museum di New York

    Più tardi mi smarrisco dentro il Metropolitan Museum. La cosa mi stupisce, perché ritenevo di aver organizzato tutto in modo certosino. Avevo selezionato le sale in modo da evitare di partire convinto di poter vedere tutto e poi rimanere sopraffatto dalla sovrabbondanza di opere in esposizione (di fatto, tra quadri, statue, templi egizi, suppellettili varie ed eventuali, strumenti musicali e armature penso che qui si possa trovare praticamente qualsiasi oggetto prodotto in forma artistica dal genere umano). Avevo anche scaricato la mappa, certo di poterne fare buon uso. Eppure, dopo un iniziale successo nella visita dell’ala dedicata all’arte moderna, mi perdo alla ricerca del piano superiore, continuando a ruotare intorno alle medesime statue ellenistiche, che dopo un po’ iniziano a fare lo stesso effetto dell’albero di una forma peculiare che viene incontrato ripetutamente dai personaggi dei film quando si smarriscono nella giungla. L’assenza di indicazioni e le piccole dimensioni con cui sono indicati i numeri delle stanze peggiora le cose e mi sento vagamente fantozziano quando provo entusiasmo nel raggiungere infine l’ascensore per il piano superiore. Qui trovo i quadri degli impressionisti e le forme della cattedrale di Rouen svaniscono nelle sfumature di colori di Monet, lasciando la stessa indefinitezza che sembrano avere i passaggi attraverso il museo che le custodisce.

    Lo scoiattolo davanti al Metropolitan Museum

    Quando esco dopo aver incontrato per dieci volte la stessa sala con i quadri di Renoir, la statua dello scoiattolo che campeggia davanti al Metropolitan sembra avere uno sguardo ironico. Le volto le spalle e faccio ritorno verso Central Park.

  • New York, 21 ottobre 2025

    Il teatro Metropolitan di New York

    Parla d’infanzia, questa sera al Metropolitan. In fondo, il nome di questo teatro è risuonato spesso nei miei primi anni e quindi venire qui è come ritrovare ricordi di un’altra età, frammenti di un tempo perduto. Proust, all’inizio della Recherche, parla del potere che hanno certi oggetti di tirare fuori qualcosa che ci appartiene e di cui non siamo consapevoli. E stasera, qui, ricordo.

    Ricordo che quando avevo pochi anni vedevo sempre un cartone animato della Disney dal contenuto certo non particolarmente allegro, anche se forse ecologista ante litteram, con una balena particolarmente dotata nel canto come protagonista. Voleva cantare al Metropolitan, ma finiva uccisa dal colpo di una fiocina. Mi piaceva molto, quel cartone, forse perché all’epoca cantavo nel coro e ci ritrovavo qualcosa del mio mondo di allora, e quindi lo guardavo in modo ripetuto, mese dopo mese, anno dopo anno.

    Sempre in quegli anni, mi trovai a cantare nel coro dei bambini ad una Bohème al Maggio Musicale Fiorentino. Per prepararmi, i miei mi comprarono una videocassetta di una performance al Metropolitan – non ricordo chi fossero gli interpreti, ma anche quella rappresentazione fu da me vista e rivista per molto tempo.

    Dunque, questa sera, questo luogo, risuonano con quella parte di me che, a sei o sette anni, ascoltava le performance di Pavarotti al Metropolitan e ritrovava qualcosa di quelle atmosfere nella polvere del vecchio teatro Comunale, nell’attesa dell’ingresso prima della scena di Momus e Parpignol nel secondo atto di Bohème. La locandina informa che si tratta della millequattrocentoundicesima volta che Bohème viene rappresentata al Metropolitan e che l’allestimento di Zeffirelli che vedremo risale al 1977. Il pubblico appare partecipe, ride, applaude, si commuove e i cantanti, oltre ad avere una notevole precisione, sono molto bravi nella recitazione e questo mi colpisce, data l’abitudine alle performance spesso molto statiche delle regie delle opere in Italia.

    All’uscita, davanti alla fontana, mi raggiunge un po’ di commozione. Quando ero bambino dicevo che il mio sogno era di essere diretto da Zubin Mehta e lo realizzai verso i nove anni per una registrazione di Tosca con il coro. Stasera, forse, quel bambino di allora riemerge, con i suoi sogni e le sue aspettative, per sentire ancora che qualcosa di ciò che immaginava è diventato reale.

  • New York, 20 ottobre 2025

    Washington Square, nel Greenwich Village

    Arrivare a New York implica in me un misto di curiosità e scetticismo. La curiosità per quel luogo visto e rivisto in film, serie e copertine di album e lo scetticismo dell’europeo che fatica a credere di poter trovare interesse per un luogo con poca storia dietro le spalle. Tuttavia, quello che mi colpisce è altro, nel mio primo vagare per Manhattan con gli effetti del fuso orario che mi fanno sentire la stanchezza alle otto di sera. Una volta eliminate le proiezioni legate a film e affini – il Village visto e rivisto nei film di Woody Allen, le sirene della polizia appena cala la sera e il caos intorno al ponte di Brooklyn che rimandano a un incrocio tra Gotham City e la città dei supereroi Marvel – rimane l’eleganza liberty di molti palazzi del centro, il loro slanciarsi verso il cielo discreto, che non dà l’impressione di soffocamento spesso suggerita dalle immagini viste in televisione. Poco più in là, gli edifici monumentali governativi e giudiziari sembrano cercare una sintesi impossibile tra la naturale spinta verso l’alto di Manhattan e un pesante neoclassicismo che mi ricorda un po’ certe strutture sul Ring viennese.
    Di sera, il ponte di Brooklyn mi mette in contatto con lo skyline di grattacieli che ho imparato a conoscere alla distanza, anno dopo anno, film dopo film. Mi colpiscono più che altro i colori, le luci che cambiano passando di palazzo in palazzo. Dal mare sale un vento forte, che sembra risalire l’Hudson facendosi strada tra gli edifici altissimi che lo costeggiano da entrambe le parti. Mi sembra di riconoscere il vento di mare sentito tante volte sul Mediterraneo, solo che qui, sull’Atlantico, non conosco le correnti, i venti, la percezione di chi vive sulla costa. La vicinanza del mare, questo vento, comunque, mi rassicurano. Il mare degli esuli di cui parla Verga, il mare che non è di nessun posto, mi restituisce qualcosa di mio. E mi fa sentire, almeno un po’, a casa.

    Manhattan vista dal ponte di Brooklyn